La differenza tra ciò che si desidera e ciò che si sceglie davvero
Light Air
Nel 2000 tutti i produttori di sistemi lineari facevano la stessa cosa. I tubi fluorescenti T5 e i reattori elettronici avevano ridotto gli ingombri, e la gara era diventata una sola: assottigliare. Chi arrivava al limite spostava l’alimentatore fuori dal corpo, in una scatola a soffitto. Progettare un apparecchio voleva dire soprattutto questo: far stare i componenti nel minor volume possibile.
- Azienda
- iGuzzini illuminazione
- Prodotto
- Light Air, sistema a sospensione lineare a fluorescenza
- Anno
- 2000
- Design
- Bruno Gecchelin
- Stato
- Fuori catalogo
- Riconoscimento
- Selezionato al Compasso d’Oro ADI 2001
Il progetto

Light Air non è più sottile degli altri. Sembra più sottile, e funzionalmente ha tutto a bordo.
La spiegazione era nel mercato. I pannelli 60×60 nei controsoffitti davano agli uffici un’aria datata; gli spazi si aprivano e gli apparecchi lineari scendevano da lunghi cavi d’acciaio, collegati in serie a una sola alimentazione. Il sistema lineare stava diventando l’elemento che ordina lo spazio, ma tutti lo progettavano solo perché fosse compatto.
La strada comune era l’estruso di alluminio: si taglia sulla misura del modulo e si chiude con terminali stampati o con giunti per le file continue. Con i T5, più sottili dei tubi precedenti, veniva naturale stringere il profilo intorno al tubo. Costa poco, funziona, ed è il motivo per cui i prodotti si somigliavano tutti.
Gecchelin la conosceva bene: con i T8 aveva già disegnato per iGuzzini Prisma, Xo, Sella e Notan.

La riformulazione è stata smettere di cercare un volume minore e cominciare a ridurne la percezione. La sezione è un trapezio di 240 millimetri di base per 55 di altezza: alla quota di installazione l’apparecchio si guarda da sotto, e una base larga quattro volte l’altezza si legge come un piano. Le falde inclinate a 45 gradi tengono lo spessore fuori dal campo visivo: la sottigliezza si ottiene inclinando i lati, non togliendo spazio ai componenti, che restano a bordo.
La seconda decisione, che l’azienda non aveva mai ritenuto percorribile, ha cambiato il prodotto: lamiera tagliata e piegata al posto dell’estruso. Il corpo nasce da un foglio stretto e lungo, piegato sui due lati: costa meno, ed è il foglio stesso a dare quella leggerezza che un estruso non ha. I tappi terminali, coperchi stampati a iniezione, chiudono colore su colore e portano gli attacchi della sospensione.

Il risultato è una superficie piana e larga che sta nello spazio come un piano sospeso. Su un ambiente grande l’apparecchio si legge come un nastro che corre sopra le teste, un controsoffitto ridotto a una striscia. È il rovesciamento di quello che il mercato cercava: non un oggetto minimo che si nota il meno possibile, ma un elemento che entra nella struttura dello spazio e per questo smette di essere un oggetto. Resta visibile la luce, il resto sparisce.
I lighting designer lo hanno adottato in progetti in tutto il mondo, anche per la gamma di emissioni disponibili: diretta, indiretta, dark light antiabbagliamento.



Lo studio aveva già disegnato sistemi lineari per la stessa azienda — Prisma nel 1984, Xo nel 1990, Notan nel 1994. Rispetto a tutti e tre Light Air è più ingombrante e si vede di meno.

Selezionato al Compasso d’Oro ADI 2001
Ha avuto una diffusione lunga negli uffici e negli spazi di lavoro, dove veniva adottato dai progettisti perché non chiedeva nulla al progetto in cui entrava; per un sistema lineare, del resto, l’unità di misura non è il pezzo ma il metro.
Che cosa ci ha insegnato
Quando un intero settore insegue la stessa specifica, quella specifica smette di essere una domanda e diventa un’abitudine. Il mercato chiedeva apparecchi compatti; la risposta non era ridurre le dimensioni, ma quello che se ne percepisce una volta installati.