La soluzione del mondo fotografico che entra in quello illuminotecnico

Shuttle

Alla fine degli anni Ottanta un progettista illuminotecnico aveva a disposizione molte sorgenti, quasi mai coordinate in una famiglia di prodotti. C’erano lampade a filamento, alogene a 220 volt o a 12 volt con trasformatore, fluorescenti e a ioduri metallici con alimentatori separati e ingombranti. Ogni sorgente imponeva il proprio riflettore, volume e alimentazione. In un negozio o in un museo si finiva così per utilizzare prodotti molto diversi tra loro.

Azienda
iGuzzini illuminazione
Prodotto
Shuttle, famiglia di proiettori a binario
Anno
1987
Design
Bruno Gecchelin
Stato
Fuori catalogo
Riconoscimento
Compasso d’Oro ADI 1989

Il progetto

Tre proiettori Shuttle sullo stesso binario su fondo scuro: due con ottica chiara, uno con ottica rossa
Stesso corpo, ottiche diverse: tre apparecchi della famiglia sullo stesso binario.

La richiesta dell’azienda era di coprire l’intera gamma con prodotti coordinati. Tutti erano consapevoli che non fosse semplice: era un desiderio e nessuno sapeva se fosse realizzabile. In quegli anni la concorrenza tedesca aveva aggirato il problema con un catalogo di apparecchi scollegati, ciascuno progettato per la propria sorgente.

Le due strade disponibili portavano entrambe a un vicolo cieco. Disegnare ogni faretto singolarmente avrebbe restituito il catalogo scoordinato da cui si voleva uscire. Ridimensionare lo stesso guscio per tutte le potenze avrebbe prodotto un oggetto sproporzionato alle dimensioni maggiori e inutilmente ingombrante a quelle minori. Le sorgenti non sono infatti proporzionate tra loro e il volume necessario per un’alogena da 12 volt non è la versione ridotta di quello richiesto da una sorgente HQI.

Tre proiettori Shuttle grigi su un binario bianco, l’ultimo con un riflettore ellittico
Apparecchi con diverse potenze, fonti luminose e accessori sullo stesso binario, con lo stesso corpo: un risultato che l’azienda chiedeva senza sapere se fosse davvero raggiungibile.

La soluzione non viene dall’illuminotecnica. Viene dalla fotografia.

Bruno Gecchelin fotografava con la pellicola da anni e possedeva diversi corpi macchina e obiettivi. In quel campo il problema era risolto da decenni, in modo talmente ovvio da non sembrare più una soluzione: il corpo resta lo stesso, l’ottica cambia. Un teleobiettivo, un obiettivo macro o un grandangolare si montano sullo stesso corpo, e nessuno ha mai pensato che una macchina fotografica con il teleobiettivo fosse un prodotto diverso.

Trasposta ai faretti, la regola diventa questa: il corpo contiene ciò che non dipende dalla sorgente, mentre il volume ottico applicato contiene ciò che ne dipende, cioè la lampadina e il relativo riflettore. Il corpo è invariabile; cambia ciò che gli viene agganciato davanti. In questo modo, da un solo corpo si sarebbero potute ottenere quindici o venti tipologie di apparecchi.

Disegno tridimensionale del proiettore con il volume ottico e il riflettore evidenziati a colori sul corpo in trasparenza
Il disegno separa quello che resta — il corpo — da quello che cambia con la sorgente: riflettore e lampadina. Archivio Studio Gecchelin.

Il secondo elemento fisso è l’attacco a binario, uguale per tutta la famiglia. Spesso la struttura dell’impianto precede l’arrivo delle sorgenti e richiede la possibilità di sostituire gli apparecchi in base all’effetto desiderato, come potenza e apertura del fascio, senza intervenire sull’impianto.

Su questa struttura si innesta il terzo elemento, costituito dagli accessori: lenti, filtri, frangiluce, alette e profilatori. Sono le esigenze a distinguere un negozio da un museo e, nel sistema, non costituiscono varianti del prodotto. Sono elementi che si aggiungono davanti all’ottica, sugli stessi corpi già installati.

Foglio di schizzi a matita con studi del corpo, dell’attacco a binario e del volume ottico
Schizzi di studio: l’attacco, il corpo, il volume ottico. Archivio Studio Gecchelin.
Tavola di bozzetti colorati con studi di volume per il corpo e per le ottiche
Studi di volume: le proporzioni fra corpo e ottica provate una accanto all’altra. Archivio Studio Gecchelin.
Dettaglio del disegno tecnico originale su carta da lucido, con le quote della sezione del corpo e dell’attacco
Il disegno esecutivo originale, quotato: l’attacco è lo stesso per tutta la famiglia. Archivio Studio Gecchelin.

La progettazione di un programma di oggetti così complesso, che negli anni si è arricchito, ha richiesto inizialmente un approccio basato su test e messa a punto. Solo modellini in schiuma e prototipi di studio hanno permesso di evidenziarne le criticità.

L’avvento dei primi sistemi di disegno CAD ha reso più semplice perfezionare il progetto, non l’idea. Quella è nata e si è sviluppata attraverso prove iterative con mock-up tridimensionali, capaci di chiarire il sistema nel suo insieme e di evidenziarne eventuali incongruenze. La variabilità volumetrica degli elementi poteva facilmente portare fuori strada, ma la visualizzazione fisica ha permesso di mantenere il controllo.

Modelli in polistirolo dei corpi, prototipi montati su un binario e il tavolo di lavoro dello studio
Modelli di studio, prototipi su binario e il tavolo di lavoro dello studio. Archivio Studio Gecchelin.
Griglia di fotografie di apparecchi Shuttle in configurazioni diverse, accanto a un render con il frangiluce
Un corpo, quindici-venti tipologie di apparecchio: cambiano sorgente, ottica e accessori, non il corpo e l’attacco.

Virgola, nel 1981, aveva portato iGuzzini dalle lampade decorative al mercato tecnico. Shuttle, sei anni e tre prodotti dopo — Trio nel 1983, Prisma nel 1984, Mago HQI nel 1985 — è il progetto in cui quel mercato viene occupato con un sistema completo invece che con singoli apparecchi. Il catalogo ha continuato ad allargarsi negli anni successivi accogliendo sorgenti e soluzioni nuove, senza che la regola andasse rivista. La collaborazione fra lo studio e l’azienda è proseguita per oltre vent’anni, con i faretti Parallel e i sistemi lineari fluorescenti Light Air fra i prodotti che ne sono nati.

Quattro apparecchi tecnici iGuzzini precedenti a Shuttle: in alto il proiettore Virgola su binario e l’apparecchio a soffitto Mago, in basso il sistema lineare Prisma e i tre faretti Trio su barra
Gli apparecchi tecnici di iGuzzini prima di Shuttle: Virgola, Mago, Prisma e Trio. Foto: J.P. Maurer (Mago e Trio).

Compasso d’Oro ADI 1989

«Per il contributo alla soluzione tecnica e formale dei molteplici requisiti di un completo sistema illuminotecnico.»

Il catalogo ha continuato ad allargarsi per anni, in oltre vent’anni di collaborazione fra lo studio e l’azienda. Shuttle fa parte della collezione del Museo Compasso d’Oro ADI di Milano, dove sono esposti tre proiettori della famiglia e un accessorio frangiluce.

Tre proiettori Shuttle e un frangiluce esposti su un piano del Museo Compasso d’Oro ADI di Milano, con il pannello descrittivo
Archivio Studio Gecchelin.

Che cosa ci ha insegnato

Il committente era arrivato con un desiderio e il dubbio che fosse irrealizzabile. Quello che mancava non era un disegno: era la dimostrazione che una famiglia coordinata fosse tecnicamente possibile.

Il metodoIn questa storia è stato decisivo uno dei cinque approcci del nostro metodo: Mutuare da un altro settore

RimandoIl predecessore, nel 1981, aveva portato iGuzzini dalle lampade decorative al mercato tecnico: Virgola arriva sei anni dopo, a occupare quel mercato con un sistema completo invece che con singoli apparecchi.

Dove non diversamente indicato, le immagini provengono dai cataloghi di iGuzzini illuminazione e sono pubblicate al solo scopo di documentare l’attività di progettazione dello studio. I relativi diritti restano dei rispettivi titolari, come indicato nelle Note legali.