La scommessa che l’imprenditore deve saper vincere
Virgola
Il 23 dicembre, sulla scrivania del titolare di iGuzzini, c’erano due progetti: uno disegnato a mano da me la sera prima e uno completo e pronto per la produzione preparato dall’ufficio tecnico. Scelse il mio disegno.
- Azienda
- iGuzzini illuminazione
- Prodotto
- Virgola, faretto illuminotecnico in alluminio pressofuso
- Anno
- 1981
- Design
- Bruno Gecchelin
- Stato
- Fuori catalogo
Il progetto

L’altro era un prodotto della stessa famiglia, firmato da un progettista tecnico interno e già sviluppato fino ai disegni esecutivi definitivi. Era pronto per entrare in produzione. Proseguire con quello sarebbe stata la scelta più ovvia, e nessuno avrebbe potuto rimproverargliela: il costo e il rischio di cambiare rotta, scegliendo il mio progetto, erano alti e visibili; quelli di non cambiarla, invece, sarebbero rimasti invisibili.

Il vincolo tecnico era stringente. Una lampadina alogena lineare da 300 watt, stretta, lunga, luminosa come nulla prima e caldissima, richiedeva un’ottica in alluminio ad alta riflettenza per orientare il fascio e un corpo in pressofusione capace di smaltire quel calore. La risposta corrente, sul mercato e in quel progetto già completato, era un involucro che racchiudesse lampadina e riflettore nel modo più compatto e pulito possibile. Falliva due volte: un volume chiuso su sé stesso male dissipava il calore e non comunicava nulla di un prodotto che stava inaugurando un modo di illuminare destinato a durare vent’anni.
L’intuito imprenditoriale del titolare gli suggerì che, nonostante esistesse già un progetto pronto per la produzione, il prodotto non fosse ancora sufficientemente maturo e che valesse la pena esplorare una strada diversa.

Partendo dalla vista laterale e dagli elementi fondanti, lampadina e riflettore, osservati in sezione, Gecchelin aveva impostato il disegno riducendo lo spessore laterale e ampliando quello frontale. In questo modo tutti gli elementi tecnici trovavano posto, mentre prendeva forma anche la personalità dell’oggetto.
Guardato da dietro, il proiettore è una serie ordinata di alette: lamelle parallele in alluminio pressofuso che smaltiscono il calore, come in un motore. Corrono insieme fino a fondersi e raccordarsi verso il fronte e a chiudersi in un bordo sottile come una lama. È questa sequenza ordinata a dare la direzione e a far leggere l’oggetto come un insieme di tratti snelli, anziché come un blocco. Non c’è un dissipatore sormontato da un disegno: la stessa geometria svolge entrambe le funzioni.

Negli anni Ottanta la pressofusione di alluminio era ovunque, nell’automotive, nei telai dei computer, nell’elettromeccanica e nei termosifoni, quasi sempre con una connotazione puramente tecnica e solo di rado impiegata per scolpire la forma. Nel proiettore Virgola quella possibilità plastica era presente ed è stata ampiamente sfruttata: l’oggetto assolve al proprio compito e, al tempo stesso, afferma la sua identità. Gli spigoli sono ammorbiditi da raggi che donano grazia al volume sottile; ogni aletta traccia una linea lungo la quale scorrono il calore e lo sguardo.
La produzione Harvey di iGuzzini aveva una tradizione consolidata di lampade in plastica stampata, colorate e decorative, affiancate da alcuni faretti da binario e da incasso di prima generazione. Virgola la portò bruscamente nel mercato dell’illuminazione tecnica: negozi, uffici, gallerie d’arte e alberghi. Il proiettore da binario fu declinato nelle versioni a parete, a soffitto e da terra.



Il rigore formale del prodotto, insieme alla sua immagine tecnica ed essenziale, ha permesso di creare le versioni, terra e parete. Questo coordinato di prodotti ha ulteriormente aiutato l’espansione nel mercato illuminotecnico di quegli anni.

Non è più in catalogo. Ha aperto l’era illuminotecnica dell’azienda.
Che cosa ci ha insegnato
Il progetto migliore raramente arriva quando fa comodo. Su Virgola non è arrivato per primo, ed è arrivato in forma di disegno a mano che si confrontava con un altro progetto già sviluppato fino ai disegni esecutivi, pronto per la produzione. Riconoscerne il potenziale già a quello stadio, e accettare di buttare via il lavoro già fatto, è una decisione che spetta a chi sa davvero come guidare l’azienda.