Un progetto fermato poco prima di diventare prodotto
Biliardo outdoor Breeze
Un tavolo da biliardo può essere assimilato a un mobile, ma in realtà è uno strumento di gioco nel quale la precisione costruttiva è fondamentale: il panno deve essere perfettamente piano e le sponde devono restituire la biglia sempre nello stesso modo. Nella versione outdoor, questi requisiti mettono a dura prova la giocabilità.
- Azienda
- Azienda italiana biliardi
- Prodotto
- Biliardo outdoor Breeze, biliardo da esterno
- Anno
- 2024
- Design
- Lorenzo Gecchelin con Bruno Gecchelin
- Stato
- Non realizzato
Il progetto

La richiesta è arrivata da un’azienda italiana che costruisce biliardi da oltre due secoli e non aveva una linea da esterno. Non l’aveva perché nessuno l’aveva mai chiesta, finché la domanda non è venuta da clienti privati dei paesi del Golfo e, più in generale, dall’ospitalità di fascia alta, dove l’area esterna è lo spazio che qualifica un albergo. L’azienda aveva la domanda. Non aveva il prodotto, né l’esperienza per costruirlo all’aperto con la qualità che l’ha sempre distinta.
La strada ovvia era prendere un biliardo da interni e sostituire i materiali con versioni da outdoor. Questa soluzione non reggeva, per due ragioni che sembrano distinte e non lo sono.

La prima è la dilatazione dei materiali. Sponde e piano si muovono con le variazioni di temperatura e di umidità, e un biliardo che all’ombra gioca in un modo e sotto il sole in un altro non ha un difetto: manca lo standard di gioco su cui l’azienda ha costruito il proprio nome. Il degrado non colpisce l’oggetto, colpisce la partita, che è la sola cosa per cui l’oggetto esiste.
La seconda è l’immagine. Un biliardo disegnato per l’interno, portato fuori, si legge come un oggetto capitato lì per sbaglio. Nell’ospitalità di quel livello è un problema serio quanto il primo.
Le due cose hanno la stessa origine: un biliardo da interni dà per scontato un ambiente stabile, e lo dà per scontato tanto nei materiali quanto nella forma. Non bastava quindi adattare un prodotto esistente. Bisognava ripensarlo da capo, progettando un oggetto che dichiarasse di essere nato per stare fuori.

Il piano di gioco è il punto in cui la differenza si concentra. Nei biliardi da interni è in ardesia, un materiale che all’aperto può fessurarsi con le escursioni termiche. Le alternative percorribili sono l’alluminio e l’acciaio zincato, che però portano un problema nuovo: il metallo si dilata più della pietra. Da qui l’impostazione strutturale: sponde e piano trattati come due elementi che si muovono in modo indipendente, collegati con soluzioni analoghe ai giunti di dilatazione, perché la geometria del gioco resti ferma mentre le parti lavorano.

Le sponde di rimbalzo interne sono state previste in gomma naturale di caucciù addizionata di sostanze specifiche contro gli agenti atmosferici esterni che ne aumentano la resistenza ai raggi UV, al calore e ne prevengono le fessurazioni.

La parte esterna e strutturale delle sponde è stata progettata in PMMA termoformato con protezione UV, verniciato sul lato interno: il colore si vede attraverso il materiale e può essere qualsiasi tinta RAL. Per una clientela di fascia alta la personalizzazione è parte del prodotto, non un’opzione, e su questa possibilità sono stati condotti studi cromatici e di abbinamento con i materiali dell’ambiente.



Da lì in avanti il progetto smette di essere un lavoro che lo studio può fare da solo. Le tolleranze, le prove sui materiali, il confronto dei costi fra le alternative del piano sono decisioni che si prendono con i tecnici dell’azienda, sui loro impianti e sui loro numeri. Quel passaggio non c’è stato. L’azienda non è tornata al tavolo, e il progetto si è fermato a uno stadio avanzato di sviluppo.

Le richieste che avevano fatto partire il lavoro, però, erano reali e sono ancora lì.
Che cosa ci ha insegnato
Il lavoro del designer funziona quando l’azienda mette i propri tecnici al tavolo per discutere e validare le opzioni che porta. Qui quella disponibilità c’è stata fino a un certo punto, e il progetto si è fermato un momento prima di diventare un prodotto.