Design italiano e milanese
Il design industriale italiano comprende molti soggetti e molti stili, e per questo sfugge a una definizione unica. Lo tengono insieme alcuni elementi ricorrenti: la casa come teatro in cui gli oggetti dialogano con chi la abita, la luce intesa come segno, l’imbottito come rappresentazione del comfort, una semplicità colta che affonda le radici nella cultura popolare. Tratta oggetti di serie, pensati per l’uso, in cui funzione ed estetica si incrociano.
Milano ne è stata da sempre il baricentro, e qui il design ha preso la forma di un modello preciso: l’impresa fa da editore, il designer da autore. L’azienda commissiona progetti a professionisti esterni e li pubblica con il proprio marchio, come una casa editrice con i suoi scrittori.
Quegli autori sono stati per lo più architetti formati al Politecnico. Per loro l’oggetto discende dal progetto dello spazio, ed è questo a separare il design milanese dal funzionalismo tedesco, dall’artigianato scandinavo e dallo styling americano.
Alle spalle c’è un distretto di imprese medie e artigiani specializzati disposto a rischiare sulla ricerca portata avanti sul prototipo. La vicinanza tra chi progetta e chi realizza permette di passare in fretta dal disegno al modello e di ripetere i tentativi finché la soluzione funziona.
Nessuno di questi tratti, preso da solo, è esclusivo. È unica la loro compresenza, stabile da settant’anni: modello editoriale, formazione architettonica, filiera produttiva, apparato critico e Salone del Mobile. Per questo «Made in Milan» indica il luogo in cui un oggetto viene pensato, discusso e lanciato, più che quello in cui viene fabbricato.
